Su Roma

Torno a Roma ogni anno, da cinque anni a questa parte che l’ho lasciata. Roma in sé non ha alcun significato, perché non esiste. Esiste solo il mio immaginario, il mio paesaggio che si è stravolto.
Quanto si è trasformato si infila come una stonatura. Quanto è rimasto si è opacizzato fino a non esistere più.
Una volta erano le ortensie e i nespoli, poi più avanti sono arrivate le crassule e le euphorbie, le piante grasse triangolari che alludevano al nuovo clima, alla nuova barbarie. C’erano i portieri: ma era storia già vecchia.
Il paesagggio si è trasformato in una friggitoria, in uno struscio serale trasteverino dalle gonne delle brave donne di sinistra, le pelli abbronzate delle signore, i braccialetti, i bangla che lanciano il disco luminoso sopra le fontane.
Mi dicono che hanno aperto un drive-in a Casalpalocco, in onore all’automobile e all’America. Opera dei compagni. La scritta con la stella sulle mura di San Lorenzo c’è ancora. Indico l’Ambra Jovinelli a una turista, e dallo smarrimento con cui mi guarda pare anche a me che non possa essere un teatro: piccolo, in un angoletto sporco di immondizia.
Assistevo alla devastazione delle sue zone cuscinetto, alla nuova zona fieristica, alle gru che si alzavano dopo l’Infernetto. Ora mi pare di aver visto una città, non altro che la città, con le sue catastrofi di sempre. Mio padre mi indica un complesso dopo la Muratella, la figlia di un suo collega ci si è trasferita. Lavora in una piramide rovesciata nello spiazzo di ricavo dell’autostrada. Fa la spola in macchina tra casa e lavoro. Una ragazza meridionale: ha fatto tutto per bene. Manovra da sola, emancipata, la sua simpatica automobilina.
Sono lontano dalle persone. I miei amici non ci sono più. Sono andati tutti via. Sono il figlio che ritorna, ma ancora per poco. Sono lì come un ospite. Come un cane. I ragazzini salgono su un autobus parlando della versione di latino. Mi pare un inutile accanimento. La lingua era morta già anni fa quando la studiavo io.
Non mi riconosco nella becera lotta all’acquisto, nello sbattersi per un lavoro. La domenica è il giorno più triste. Mi aggiro per Roma provando a respirare, e intorno a me una totale indifferenza. In questo Roma è metropoli prima al mondo. Il ragazzo per strada parla della moto comprata a rate. Una ragazzina scende al supermercato a comprare qualcosa per la madre. Come è avere dodici anni a Roma? Com’è mettersi lo zainetto e andare a scuola? Come sono le madri e le insegnanti?
Io a Roma non esisto più. Mi hanno rubato la lingua, la mia lingua segreta, la lingua del libri che apro la mattina sulla metro di una città straniera, tra gli sguardi curiosi di chi prova a decifrare il titolo in copertina. La mia parole è sempre più mia. Si sono aggiunte parole, nuove inflessioni, c’è un nuovo ritmo, una nuova rassegnazione, un nuovo lasciare le frasi in sospeso. La lingua si è spostata più a sud.
Tutto pare mischiarsi. I marciapiedi non sono percorribili a piedi. La pioggia è battente e vomitano i tombini. Ci ritroviamo a guadare un fiume limaccioso sopra le archeologie transennate.
Ci ritroviamo nel vuoto museo dell’Ara Pacis. Il marmo lattiginoso del sarcofago non ha segni di intemperie. I nuovi progetti urbanistici sono fontane d’acqua sospese. I materiali sono deperibili. Plastica e cristalli, tutto si rompe subito. Nessuno spazio al verde.
Faccio l’Aurelia senza emozionarmi, senza vedere il mare. Gli alberi sono l’ultima speranza. Gli alberi sono lì, testimoni, variegati tra verde e più verde, ancora i pini, ancora le poche palme rimaste, ancora i cipressi. Le fronde che si inteneriscono. Le famose e famigerate fronde. Il Campidoglio invaso da acanti con fiori giganteschi, vecchi come le felci, preistorici come la città.
Al mio ritorno invecchiano le persone, invecchia chi non va via, ma non gli alberi. Un giorno tornerò bambino in una terra di cadaveri: li seppellirò sotto quelle piante. Io non torno morto a Roma. Io sono già volato via, e qui inciampo. Io sono un albero, e Roma è un paesaggio svanito con me.

Alla Caffarella

Mio nonno chiamava “brezzolame” la terra mista ai frammenti di mattoni e mattonelle e vetri. Roma ne è piena. C’è una palestra all’aperto, costruita coi tubi innocenti. Le facce sono le solite da greco-romano. Il giovani e i signori muscolosi. Più giù la tenuta agricola della Vaccareccia, con la ricotta che sgocciola. Un rumeno raggruppa le pecore speronandole col motorino. Acquedotti.

Ascoltando Donizetti

(Musica per pianoforte): quando ero al liceo sentivo spesso la musica classica. Sdraiato sul divano di casa dei miei. Qualcosa si è rotto. Età fertile. Roma. Le istituzioni romane: l’Università, la Minerva. Il Lungotevere nei pressi dell’Auditorium, Viale Bruno Buozzi. Classicismo. Marmo.

Sul treno Vienna-Roma

Sul treno Vienna-Roma – La presenza di poliziotti indica che abbiamo superato il confine nella bocca delle gallerie, lungo i campi coltivati a vite, già in direzione di Rovigo; a Firenze, in piena notte, lo scompartimento del controllore si è animato di voci, fiorentino, campano, siciliano, si fa simile a una guardiola, a un’osteria…

Un albero

Nel cortile di casa mia a Berlino ha fiorito un albero giapponese di cui non so il nome e di cui non mi ero mai accorto. Un albero della stessa specie vive a Roma, ai margini della salita che da casa dei miei porta a quello che è stato il mio asilo, e quando ero piccolo, con mia nonna, ci passavamo proprio in questi giorni dell’anno e ne ammiravamo la fioritura. Quell’albero era così bello fiorito di gemme rosa, e piccole foglie chiare sul legno nero, e così appare oggi non tanto diverso. Invece mia nonna camminava ancora forte sulle gambe e si faceva tutta la salita senza fermarsi, e io ero piccolo e non sapevo ancora di questa cosa che mi sarebbe successa oggi e altri generi di scherzi.

Appunti (Pazzia)

Sull’autobus, mentre assisto alle strade scorrere in silenzio dietro il finestrino, ragazzo seduto dietro di me che racconta farneticante la storia dei mercati rionali della zona (“broccoli broccoletti ah, e mo’ chi li cucina? qua c’era come si chiamava? er mercato de ‘a portuense ah, i bambini do’ stanno? corevano i bambini, corevano… c’era pure quell’artro, a santa silvia e mo? ah! e mo’ e mo’? chi cucina i broccoletti der mercato, mo’ che è natale?” – ecc.)

Sul treno per Roma

Una premurosa signora giapponese e sua figlia hanno diviso con me il loro pranzo. A Praga, scendendo, hanno voluto che accettassi una banana e qualche biscotto.

A Brno ho chiesto un chewingum a una paesanotta che si dava grandi arie, con la sua borsa nera e i brillantini: mi ha detto che ne aveva di due tipi, quelle “sweet” (alla frutta) e “no sweet” (alla menta). Le ceche hanno strane concezioni in tema di gomme da masticare.

In Austria è passato un poliziotto in borghese. Una ragazza iraniana, incuriosita dalla mia carta d’identità che il poliziotto passava al vaglio della sua particolare lente di ingrandimento, ha voluto scambiare due parole.

Mi ha raccontato di Budapest, la città in cui vive da qualche anno. Ma si vedeva che le mancava l’Iran: mi ha offerto dei pistacchi comprati proprio a Teheran. Quei pistacchi buoni e grandi: mi ha colpito il loro profumo di cardamomo. Perchè dove li aveva comprati doveva essere una di quelle bancarelle piene di ogni genere di frutta secca e spezie (così ho immaginato – e ho visto persino il sole forte e la polvere persiana, mentre passavamo lentamente a Brucke an der Mur).

Tra Roma e Berlino ci sono 1500 km di distanza. Sono partito mercoledì alle otto di mattina e arrivato giovedì, dopo venticinque ore e quindici minuti.