Mario è morto: materialmente morto

Non ce la faccio più a leggere parole di scrittori rivolte a Pasolini, che chiamerò Mario.
È una processione continua sotto la sua finestra (vuota) e davanti alle sue immagini.
Mario è morto: materialmente morto, prima che che straziato da tutti i possibili utilizzi e logorree. Il funerale è già sfilato. Chi doveva parlare – presente – ha parlato. Nessuno vi annovera anche solo lontamente tra le sue intimità, di nascita e di elezione. Lasciate in pace Mario. Fatelo per pietà di voi stessi.
La vostra critica è del tutto sopra le righe, se non vittima del più grande errore, che è la banalità: rimarcare i limiti di chi è (accettatelo) stato superato dal corso della Storia.
Rileggete il poeta avendo cura di ricercare soprattutto cosa non può essere, rinfacciandogli la strada che non ha potuto fare: sembra quasi che rinfacciate a Mario di esser morto, mentre ancora di nuovo vi rammaricate. Questo succede a chi si sente orfano, chi vive nell’ombra pesante di una perdita. Non è più comprensibile: avete avuto il tempo di elaborare il lutto.
Quando ricreate (in buona fede) il mito di Mario, è un vizio troppo ricorrente il piacere di dissacrarlo. È travestire per tributo un esorcisimo, è un automatismo psicologico che non potete permettervi.
Mario è scomparso, voi solo esistete: ma questo non vi scagiona dalla vanità di parlare di voi stessi. La vostra non è una critica: come tutti le commemorazioni funebri serve solo a rimarcarsi tra vivi: e serve soprattutto a dare una legittimazione a tutte le vostre debolezze, le vostre tiepide peregrinazioni, il vostro vivacchiare e riconoscervi nella cerchia.
Vi accostate a Mario nel caso migliore per tributargli tutto o gran parte di ciò che voi siete: in cosa vi sentite eletti, o esclusi?
Vi sentite raccoglitori di una lezione? Nessun artista lascia un esempio: figuriamoci una lezione. L’arte è il superamento della pedagogia, il superamento delle scuole – e il superamento continuo di se stessi. Basta. Non fate più cacce al tesoro, non accostate a, non indicate orme. Non esistono. Non sono mai esistite.
Il mondo non lo si legge analogicamente, “se Mario fosse ancora in vita”. Contentatevi di accettare i vantaggi di nascita che avete per dare una vostra lettura.
Come uomini avete il diritto di dire tutto quello che volete: ma come letterati dovreste avere una certa mania per lo stile. Avete dimenticato che lo stile è -sempre- la migliore critica, del disinteresse?
Fate la vostra, di critica. Concentratevi sulle vostre di opere, sul tempo che vi rimane. Almeno inizialmente, avreste miglior vita. Uscirebbero glossolalie, e balbettii, e sarebbe più legittimo. Riuscireste a malapena a leggere dentro la vostra opera, figuriamoci in quella di chi (come voi?) ha incarnato se stesso e il mondo in un testo.

[appunti - Mario Benedetti / Gramsci - sul Senso Comune]

Mario Benedetti: Lo Stato, col linguaggio, crea il proprio “senso comune” per poter rendere accettabile l’inaccettabile, un linguaggio che si infiltra in tutta la società attraverso i canali di potere e costruisce così un’egemonia. Ed affinché esista un’egemonia, non basta che i gruppi dominanti riescano ad imporsi, ma i cittadini devono diventare convinti che le idee di questi gruppi vadano a loro vantaggio. Quando la popolazione è convinta che la privatizzazione dei servizi sanitari è la cosa più “efficace” e “positiva” o che ogni cittadino deve aiutare al governo per uscire dalla crisi economica, al neoliberismo rimane ben poco da fare. Le sue politiche non verranno più messe in discussione.

da: http://www.cogitoergo.it/?p=10371

La frontiera – un mio racconto su Nazione Indiana

Tra due mondi corre una frontiera.

Sulla frontiera, una di fronte all’altra, stanno in piedi due guardie, immobili come statue di pietra, l’una a guardia dell’altra.

Al di qua e al di là della frontiera si stendono due terre che un tempo erano la stessa terra.

I mondi, o le Potenze, o i due colori, il Blu e il Rosso, un tempo erano la stessa sostanza, un’unità in quiete, completa e senza ombra di rottura, senza premessa di deflagrazione.

La frontiera è la prova che l’unità non è stabile. Ciò che è coeso oggi non può esserlo domani. Lo zero genera l’uno, l’uno genera il due. Ciò che è quieto trema in un punto preciso ma indefinibile. La rottura si manifesta a partire dall’indivisibile.

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Su Roma

Torno a Roma ogni anno, da cinque anni a questa parte che l’ho lasciata. Roma in sé non ha alcun significato, perché non esiste. Esiste solo il mio immaginario, il mio paesaggio che si è stravolto.
Quanto si è trasformato si infila come una stonatura. Quanto è rimasto si è opacizzato fino a non esistere più.
Una volta erano le ortensie e i nespoli, poi più avanti sono arrivate le crassule e le euphorbie, le piante grasse triangolari che alludevano al nuovo clima, alla nuova barbarie. C’erano i portieri: ma era storia già vecchia.
Il paesagggio si è trasformato in una friggitoria, in uno struscio serale trasteverino dalle gonne delle brave donne di sinistra, le pelli abbronzate delle signore, i braccialetti, i bangla che lanciano il disco luminoso sopra le fontane.
Mi dicono che hanno aperto un drive-in a Casalpalocco, in onore all’automobile e all’America. Opera dei compagni. La scritta con la stella sulle mura di San Lorenzo c’è ancora. Indico l’Ambra Jovinelli a una turista, e dallo smarrimento con cui mi guarda pare anche a me che non possa essere un teatro: piccolo, in un angoletto sporco di immondizia.
Assistevo alla devastazione delle sue zone cuscinetto, alla nuova zona fieristica, alle gru che si alzavano dopo l’Infernetto. Ora mi pare di aver visto una città, non altro che la città, con le sue catastrofi di sempre. Mio padre mi indica un complesso dopo la Muratella, la figlia di un suo collega ci si è trasferita. Lavora in una piramide rovesciata nello spiazzo di ricavo dell’autostrada. Fa la spola in macchina tra casa e lavoro. Una ragazza meridionale: ha fatto tutto per bene. Manovra da sola, emancipata, la sua simpatica automobilina.
Sono lontano dalle persone. I miei amici non ci sono più. Sono andati tutti via. Sono il figlio che ritorna, ma ancora per poco. Sono lì come un ospite. Come un cane. I ragazzini salgono su un autobus parlando della versione di latino. Mi pare un inutile accanimento. La lingua era morta già anni fa quando la studiavo io.
Non mi riconosco nella becera lotta all’acquisto, nello sbattersi per un lavoro. La domenica è il giorno più triste. Mi aggiro per Roma provando a respirare, e intorno a me una totale indifferenza. In questo Roma è metropoli prima al mondo. Il ragazzo per strada parla della moto comprata a rate. Una ragazzina scende al supermercato a comprare qualcosa per la madre. Come è avere dodici anni a Roma? Com’è mettersi lo zainetto e andare a scuola? Come sono le madri e le insegnanti?
Io a Roma non esisto più. Mi hanno rubato la lingua, la mia lingua segreta, la lingua del libri che apro la mattina sulla metro di una città straniera, tra gli sguardi curiosi di chi prova a decifrare il titolo in copertina. La mia parole è sempre più mia. Si sono aggiunte parole, nuove inflessioni, c’è un nuovo ritmo, una nuova rassegnazione, un nuovo lasciare le frasi in sospeso. La lingua si è spostata più a sud.
Tutto pare mischiarsi. I marciapiedi non sono percorribili a piedi. La pioggia è battente e vomitano i tombini. Ci ritroviamo a guadare un fiume limaccioso sopra le archeologie transennate.
Ci ritroviamo nel vuoto museo dell’Ara Pacis. Il marmo lattiginoso del sarcofago non ha segni di intemperie. I nuovi progetti urbanistici sono fontane d’acqua sospese. I materiali sono deperibili. Plastica e cristalli, tutto si rompe subito. Nessuno spazio al verde.
Faccio l’Aurelia senza emozionarmi, senza vedere il mare. Gli alberi sono l’ultima speranza. Gli alberi sono lì, testimoni, variegati tra verde e più verde, ancora i pini, ancora le poche palme rimaste, ancora i cipressi. Le fronde che si inteneriscono. Le famose e famigerate fronde. Il Campidoglio invaso da acanti con fiori giganteschi, vecchi come le felci, preistorici come la città.
Al mio ritorno invecchiano le persone, invecchia chi non va via, ma non gli alberi. Un giorno tornerò bambino in una terra di cadaveri: li seppellirò sotto quelle piante. Io non torno morto a Roma. Io sono già volato via, e qui inciampo. Io sono un albero, e Roma è un paesaggio svanito con me.

[Appunti su parola e potere]

La frase “chi detiene un potere vuole mantenerlo” (detta da chi critica il potere, in relazione alla capacità coercitiva dei soggetti predominanti attraverso il linguaggio) è vera nella sua ipocrisia. Chi afferma ciò, dicendo “vuole mantenerlo” esprime la sua posizione.
Cosí facendo, criticando, si rende al gioco dialettico. Usa le proprie armi, e questo è farsi capace di un potere. Esprime quindi una contrapposizione inesistente (se avesse il potere, non lo vorrebbe mantenere?). Sarebbe più coerente astenersi dalla critica, uscire fuori dalla dialettica. Per criticare un potere bisogna opporre silenzio.

[senza titolo]

Nessuno si è preso la briga di fare quel poco che sarebbe bastato a ribaltare un esercito. Chi ha taciuto, non ignorando che dire era l’unica rettitudine, ha avuto vita più facile. Continua a essere giovane, da qualche parte. Non si sente mai in dovere di disfarsi delle proprie illusioni. Parla ora in sua vece l’elementarità del suo mito, rubato da altri. Una magnifica fotografia. E si volta pagina. Altri discuteranno sul da farsi. Si riprende da capo con lo stesso gesto.

[Istanbul - le età dell'uomo]

L’età dell’uomo
Un bambino (entusiasta del mondo) costruisce in un tutt’uno di sostanza e forma. L’uomo adulto manifesta solo a volte un primordiale entusiasmo, e solo mentre dà forma alla sua sostanza. L’uomo vecchio abolisce le forme e concepisce solo la sostanza.

Uncertain states

Spettacolo di danza contemporanea.
Nella mobilità composta del corpo, l’accettazione armonica dei vincoli, l’assenza di parola, la freschezza-antichità del rinnovo dei gesti. Movimento libero. Chi può costringere davvero un corpo?
Freme dal di dentro anche in catene, libero di avere un mondo privato. Gesti spezzati, sempre in anticipo. Vibrare.
La narrativa, il pensare.
La poesia, il sentire.

intorno a La conquista dell’Inutile

Il diario di Herzog mi piace. A partire dal titolo che mi carica di entusiasmo. La sua scrittura forma un paesaggio di colline lussureggianti: può rompersi una gola di roccia, schiudersi l’acqua sorgiva di un fiume. Sono frasi di lunghezza e consistenza molto diverse tra loro, scaglie irregolari sovrapposte alla rinfusa.
Non si ha la paura di ciò che si dice.
La benzina del racconto è spesso una sotterranea ironia tagliente.
Pensiero non sequenziale, a zolle. Scrittura materica e composta, stilisticamente omogenea. Vite parallele degli animali dell’aia. Insetti.
Fulmineità che ricorda Flaiano.