[appunti - Mario Benedetti / Gramsci - sul Senso Comune]

Mario Benedetti: Lo Stato, col linguaggio, crea il proprio “senso comune” per poter rendere accettabile l’inaccettabile, un linguaggio che si infiltra in tutta la società attraverso i canali di potere e costruisce così un’egemonia. Ed affinché esista un’egemonia, non basta che i gruppi dominanti riescano ad imporsi, ma i cittadini devono diventare convinti che le idee di questi gruppi vadano a loro vantaggio. Quando la popolazione è convinta che la privatizzazione dei servizi sanitari è la cosa più “efficace” e “positiva” o che ogni cittadino deve aiutare al governo per uscire dalla crisi economica, al neoliberismo rimane ben poco da fare. Le sue politiche non verranno più messe in discussione.

da: http://www.cogitoergo.it/?p=10371

La frontiera – un mio racconto su Nazione Indiana

Tra due mondi corre una frontiera.

Sulla frontiera, una di fronte all’altra, stanno in piedi due guardie, immobili come statue di pietra, l’una a guardia dell’altra.

Al di qua e al di là della frontiera si stendono due terre che un tempo erano la stessa terra.

I mondi, o le Potenze, o i due colori, il Blu e il Rosso, un tempo erano la stessa sostanza, un’unità in quiete, completa e senza ombra di rottura, senza premessa di deflagrazione.

La frontiera è la prova che l’unità non è stabile. Ciò che è coeso oggi non può esserlo domani. Lo zero genera l’uno, l’uno genera il due. Ciò che è quieto trema in un punto preciso ma indefinibile. La rottura si manifesta a partire dall’indivisibile.

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Su Roma

Torno a Roma ogni anno, da cinque anni a questa parte che l’ho lasciata. Roma in sé non ha alcun significato, perché non esiste. Esiste solo il mio immaginario, il mio paesaggio che si è stravolto.
Quanto si è trasformato si infila come una stonatura. Quanto è rimasto si è opacizzato fino a non esistere più.
Una volta erano le ortensie e i nespoli, poi più avanti sono arrivate le crassule e le euphorbie, le piante grasse triangolari che alludevano al nuovo clima, alla nuova barbarie. C’erano i portieri: ma era storia già vecchia.
Il paesagggio si è trasformato in una friggitoria, in uno struscio serale trasteverino dalle gonne delle brave donne di sinistra, le pelli abbronzate delle signore, i braccialetti, i bangla che lanciano il disco luminoso sopra le fontane.
Mi dicono che hanno aperto un drive-in a Casalpalocco, in onore all’automobile e all’America. Opera dei compagni. La scritta con la stella sulle mura di San Lorenzo c’è ancora. Indico l’Ambra Jovinelli a una turista, e dallo smarrimento con cui mi guarda pare anche a me che non possa essere un teatro: piccolo, in un angoletto sporco di immondizia.
Assistevo alla devastazione delle sue zone cuscinetto, alla nuova zona fieristica, alle gru che si alzavano dopo l’Infernetto. Ora mi pare di aver visto una città, non altro che la città, con le sue catastrofi di sempre. Mio padre mi indica un complesso dopo la Muratella, la figlia di un suo collega ci si è trasferita. Lavora in una piramide rovesciata nello spiazzo di ricavo dell’autostrada. Fa la spola in macchina tra casa e lavoro. Una ragazza meridionale: ha fatto tutto per bene. Manovra da sola, emancipata, la sua simpatica automobilina.
Sono lontano dalle persone. I miei amici non ci sono più. Sono andati tutti via. Sono il figlio che ritorna, ma ancora per poco. Sono lì come un ospite. Come un cane. I ragazzini salgono su un autobus parlando della versione di latino. Mi pare un inutile accanimento. La lingua era morta già anni fa quando la studiavo io.
Non mi riconosco nella becera lotta all’acquisto, nello sbattersi per un lavoro. La domenica è il giorno più triste. Mi aggiro per Roma provando a respirare, e intorno a me una totale indifferenza. In questo Roma è metropoli prima al mondo. Il ragazzo per strada parla della moto comprata a rate. Una ragazzina scende al supermercato a comprare qualcosa per la madre. Come è avere dodici anni a Roma? Com’è mettersi lo zainetto e andare a scuola? Come sono le madri e le insegnanti?
Io a Roma non esisto più. Mi hanno rubato la lingua, la mia lingua segreta, la lingua del libri che apro la mattina sulla metro di una città straniera, tra gli sguardi curiosi di chi prova a decifrare il titolo in copertina. La mia parole è sempre più mia. Si sono aggiunte parole, nuove inflessioni, c’è un nuovo ritmo, una nuova rassegnazione, un nuovo lasciare le frasi in sospeso. La lingua si è spostata più a sud.
Tutto pare mischiarsi. I marciapiedi non sono percorribili a piedi. La pioggia è battente e vomitano i tombini. Ci ritroviamo a guadare un fiume limaccioso sopra le archeologie transennate.
Ci ritroviamo nel vuoto museo dell’Ara Pacis. Il marmo lattiginoso del sarcofago non ha segni di intemperie. I nuovi progetti urbanistici sono fontane d’acqua sospese. I materiali sono deperibili. Plastica e cristalli, tutto si rompe subito. Nessuno spazio al verde.
Faccio l’Aurelia senza emozionarmi, senza vedere il mare. Gli alberi sono l’ultima speranza. Gli alberi sono lì, testimoni, variegati tra verde e più verde, ancora i pini, ancora le poche palme rimaste, ancora i cipressi. Le fronde che si inteneriscono. Le famose e famigerate fronde. Il Campidoglio invaso da acanti con fiori giganteschi, vecchi come le felci, preistorici come la città.
Al mio ritorno invecchiano le persone, invecchia chi non va via, ma non gli alberi. Un giorno tornerò bambino in una terra di cadaveri: li seppellirò sotto quelle piante. Io non torno morto a Roma. Io sono già volato via, e qui inciampo. Io sono un albero, e Roma è un paesaggio svanito con me.

[Appunti su parola e potere]

La frase “chi detiene un potere vuole mantenerlo” (detta da chi critica il potere, in relazione alla capacità coercitiva dei soggetti predominanti attraverso il linguaggio) è vera nella sua ipocrisia. Chi afferma ciò, dicendo “vuole mantenerlo” esprime la sua posizione.
Cosí facendo, criticando, si rende al gioco dialettico. Usa le proprie armi, e questo è farsi capace di un potere. Esprime quindi una contrapposizione inesistente (se avesse il potere, non lo vorrebbe mantenere?). Sarebbe più coerente astenersi dalla critica, uscire fuori dalla dialettica. Per criticare un potere bisogna opporre silenzio.