[in Indonesia, a Gili Meno]

Non riesco ad amare il mare – mare. È così assoluto e privo di limiti. Mi scoraggia. Ampio che non si riesce ad abbracciare.
Mi riconosco nelle pieghe, in ciò che si può circuire, nello spazio concesso. Il mare è un deserto perfetto, uno spazio intatto e disumano che non restituisce voci. È privo di idee.
Sono miei i porti e le coste. Lì il tempo si insinua e colora le cose, le cose lacrimano e sorridono. Metamorfosi si succedono nei limiti, nelle definizioni, ogni movimento può essere simbolico: ogni costruzione conscia di sé. Il fiore il disegno di un fiore. Non il mare…
Mi riconosco nei rapporti, nelle commisurazioni. Spingersi di notte nel mare, ancora a vista dalla pancia di una costa. Portare il pesce a casa, questo basta. Cucinare. E dopo discutere in una qualunque lingua. Guardare il mare da una cornice di terra.
Mi piace il mare finché non ci si toglie le scarpe.

[in Indonesia, a Gili Meno]

L’isola si differenzia e si respinge
I lembi di terra che il mare sottrae a sé
vivono unicamente definiti.

Restiamo a terra
ci perdiamo nella prigione d’oro

Apriamo e chiudiamo il palmo della mano
Arrotondiamo il nostro sasso.

Il movimento, bugiardo.

Sullo sfondo le altre terre
là – giganti mostri
là – la pioggia.

Chi ci ha concesso l’acqua dolce
se non il sale?

Restiamo a terra
ci perdiamo nella prigione d’oro
arrotondiamo il nostro sasso.

[in Indonesia - Gli dei della plastica - racconto balinese]

Arrivarono le donne con le cerimoniali offerte del mattino. Dai vassoi posti sopra le teste le donne raccolsero i piattini e con i gesti rituali li disposero.
Ai quattro angoli del giardino sistemarono le vaschette con fermacapelli e tappi di bottiglia. Quelli più colorati erano posti al centro dell’offerta. In ogni piatto c’era un accendino rosso. Davanti alla porta di casa posarono un bicchiere di petrolio.
A Bali qualche vecchia utilizzava ancora i fiori tradizionali. Ma era il vezzo di un tempo. Oggi la plastica era il modo più spontaneo e naturale per ricambiare la benevolenza della divinità.
Gli oggetti di plastica brillavano sotto il sole. Di notte, fluorescenti, ridavano parte della luce assorbita di giorno alla volta nuvolosa delle stelle. Solo le grandi statue erano rimaste di pietra. Sebbene le più recenti erano tutte di una speciale resina vinilica, resistente alla pioggia e all’umidità.
La plastica non veniva mai riciclata. Era bruciata in grandi roghi e utilizzata per le pire funebri. Le famiglie più ricche erano solite aggiungere al corredo grossi manufatti ancora utilizzabili, soprammobili ed elettrodomestici.
L’eterna vita della plastica, sublimata dal passaggio del fuoco, si sarebbe accordata alla dimensione imperitura della divinità. Il fumo acre della pira, messaggio per le bocche del villaggio.
Un commercio si era creato attorno alla produzione di plastica a fini cerimoniali, ma per i momenti cruciali si prediligevano ancora oggetti già utilizzati nella vita civile e l’oggetto più sacro era il fusto d’acqua da quindici litri. Il motivo era implicito e risiedeva nell’importanza dell’acqua, materia prima che non poteva essere rimpiazzata con qualcosa di artificiale.
Pochi balinesi si erano mostrati contrari al rinnovato uso della plastica e alla centralità che aveva assunto nelle cerimonie. E non erano disposti a fare marcia indietro, nonostante ciò avesse allontanato la maggior parte dei turisti.
“Ciò che abbiamo di più prezioso, fiore e traguardo della nostra civiltà, è ciò che dobbiamo offrire.”

[in Indonesia]

(La falla)
Adesso che un grosso rospo è apparso nel bagno, con porte e finestre chiuse, non chiederti come abbia fatto a entrare ma piuttosto a essere scomparso al tuo risveglio.

[in Indonesia, Isole di Gili]

Non vado a Gili T.
Anche Gili Air è un circolo di bar vista mare. La sera i ristoranti espongono teglie di crostacei e di pesci. Un ristorante italiano: “Se venite per scrivere recensioni negative su tripadvisor fareste meglio a cercare altrove”. Dantesco.
Gili Meno è diversa. Anche lei modellata sulla dimensione resort, ma ancora non del tutto assorbita. Una breve camminata nell’interno mi porta attorno ai muri di una moschea fatiscente. Bianca e azzurra, la mezzaluna d’argento. Poi la spiaggia intatta.
I ragazzi che rastrellano la sabbia. Le stuoie di palma intrecciata. Le mucche e i gatti e gli enormi ragni.
Enormi ragni neri, capovolti in attesa sulla rete. Le zampe coriacee dei ragni, dinoccolate, simili a antenne di aragosta.
Oceano placido e nuvole allineate all’orizzonte.
Non una linea di asfalto, non un motore, non un elemento di troppo. Calessini a cavallo. Pace, stanchezza, tanto sole.
Ho camminato al tramonto sulla spiaggia sgombra di ogni presenza. Ma gli scogli ondeggiano delle braccia delle stelle marine. Come alghe ondeggiano nella risacca. Coralli bianchi, rossi, turchesi. La lingua di sabbia che mi riporta a casa è avvolta dalle piante. Le mangrovie a margine di un laghetto salato. Tra le foglie spuntano cartelli con la scritta “FOR SALE”.

[in Indonesia, Bali]

Intorno al Gungung Batur

Non trovo la strada per arrivare al parcheggio a mezza quota. Mi perdo nella campagna della piana tra gli orti di pomodori. Ma il vulcano è già avvolto dalle nubi. Non salgo più.
Nel giro di mezzora scroscia il solito diluvio pomeridiano. Dalla terra spuntano rocce nere e alti fusti di un’erba chiara. Camion che portano su e giù la terra nera.
Hölderlin: “Der Gott, weil er nichts als Zeit ist…”
Un haiku: “l’erba cresce da sé”

[in Indonesia, appunti su Bali]

Bali è trama

Regna l’assenza di spazio. L’incastro di palme, galli, donne con pacchi sulla testa, cani, motorini, bambini. La strada costiera da Amlapura a Amed, i suoi saliscendi intricati, leggera opera di fantasia. Una teoria di bambini. Formiche. Gioielleria di bambù e di verde. La striscia di asfalto nero. Ricapitolata nei quadri dei pittori. Nel ricamo ritmico del gamelan.

Bali è curva

Le donne che omaggiano le divinità toccano tutti gli angoli della casa, seminano offerte floreali in un percorso a più tappe. Come il tracciato puntiforme di una costellazione. Nei funerali la torre del defunto oscilla sospesa su un mare di braccia, la processione prosegue scodinzolando. Ogni linea retta a Bali è l’eccezione di una geometria curviforme, viene spezzata in frammenti. Ogni movimento – frattalico, porzione di un vista d’insieme più vasta. Le terrazze di riso rispondono alle curve topografiche. Le onde si arcuano prima di infrangersi. Rappresentazione circolare della vita. Assenti i tunnel. Le strade non traforano le montagne. Ogni incrocio è quasi sempre una diramazione di rotte. I canali d’irrigazione seguono il profilo delle valli. I ciottoli lavici, rotondi, rotolano sulla sabbia avanti e indietro. Le rondini girano sopra i tetti. In alto, sui crinali dei vulcani, si acciambellano nuvole a batuffoli, gonfie d’acqua e di fulmini. E gli occhi rossi e neri del Barong, a cerchi concentrici.